«Mi ammalo ogni mese, avrò le difese immunitarie basse»: è così che comincia il discorso nell’ambulatorio del medico di famiglia in autunno e in inverno. Di solito segue la richiesta: mi prescriva un esame dell’immunità, qualcosa che mostri perché il mio organismo non ce la fa.
Vale la pena cominciare il discorso da due fatti scomodi. Primo: i raffreddori frequenti in un adulto sono di rado un problema del sistema immunitario – molto più spesso la spiegazione sta nel naso, nelle abitudini e nell’ambiente circostante. Secondo: l’«esame dell’immunità» che le persone immaginano non esiste, ma esiste un breve pannello di esami, e risponde a domande precise: c’è un’infiammazione nascosta, un diabete non diagnosticato, un deficit anticorpale o una perdita di proteine?
Di seguito: quante infezioni respiratorie all’anno rientrano nella norma, che cosa si nasconde più spesso dietro i raffreddori, quali esami vale la pena eseguire e quali segnali richiedono una visita anziché una richiesta di esami. Ogni marcatore citato qui ha la sua pagina nella nostra guida agli esami di laboratorio: rimandiamo a quelle pagine invece di ripeterne il contenuto.
Quanti raffreddori all’anno sono normali
Cominciamo dal numero che toglie metà della preoccupazione. Secondo i Centers for Disease Control and Prevention statunitensi, gli adulti hanno in media due o tre raffreddori all’anno, i bambini nettamente di più. Altre fonti autorevoli indicano un intervallo un po’ più ampio: due-quattro episodi per un adulto e sei-dieci per un bambino, e tra i bambini che frequentano l’asilo o la scuola il conteggio arriva a dodici all’anno.
Ci sono anche differenze prevedibili tra le persone. Le donne tra i 20 e i 40 anni si ammalano più spesso degli uomini, in gran parte perché hanno più contatti con i bambini. Dopo i 60 anni la frequenza media scende sotto un episodio all’anno: nel corso della vita si accumula una memoria immunologica verso centinaia di varianti di virus respiratori. È proprio per questo che «non mi ammalavo mai e adesso è ogni mese», detto da un giovane genitore, è quasi sempre una storia di asilo nido e non di sistema immunitario guasto.
I bambini seguono una logica loro: nei primi due o tre anni di asilo un bambino attraversa decine di virus nuovi, e una sequenza fitta di episodi da autunno a primavera è il quadro atteso, non il segno di un malfunzionamento.
La conclusione pratica: il numero di episodi, da solo, è un criterio scadente. Conta molto di più come decorre ogni raffreddore. Un’infezione respiratoria ordinaria dura circa una settimana, si risolve senza antibiotici né complicanze e non impedisce di tornare alla propria vita. Merita attenzione un quadro diverso: un decorso che si trascina per più di dieci giorni senza miglioramento, otiti e sinusiti purulente ricorrenti, polmoniti, la necessità di ricorrere agli antibiotici più volte all’anno.
Che cosa si nasconde spesso dietro i raffreddori frequenti
Prima di andare a caccia di un difetto nel sistema immunitario, vale la pena verificare un’ipotesi più semplice: si tratta davvero di raffreddori? Gli adulti chiamano spesso «raffreddore» qualsiasi naso chiuso che cola, e le cause di questo quadro sono molte.
- La rinite allergica. L’allergia presente tutto l’anno (acari della polvere, animali domestici, muffe) provoca congestione, starnuti e secrezione chiara, facili da scambiare per una sequenza infinita di infezioni. I tratti distintivi sono il prurito al naso e agli occhi, l’assenza di febbre e il legame con un luogo e una stagione. Quando servono le IgE e i test cutanei e quando basta un diario dei fattori scatenanti è spiegato nella nostra guida su allergie e atopia.
- La rinosinusite cronica. Qui non si tratta più di una serie di episodi, ma di un’infiammazione continua della mucosa del naso e dei seni paranasali che dura 12 settimane o più. Secondo la rassegna StatPearls, è caratterizzata da congestione, secrezione densa, sensazione di pressione al viso e riduzione dell’olfatto, e per confermarla servono l’endoscopia o la TC, non un esame del sangue. Nelle statistiche statunitensi circa il 12% degli adulti ha riferito di averla avuta nell’anno precedente, e una parte di loro passa anni a curare un’«allergia».
- La rinite vasomotoria e quella da rimbalzo. Congestione persistente senza allergia né infezione, anche dopo mesi di uso di spray nasali decongestionanti.
- L’asma variante tosse e il gocciolamento retronasale. Se ogni «raffreddore» finisce con una tosse che dura tre o quattro settimane, la domanda va rivolta a uno pneumologo.
- Il reflusso. L’acido che risale fino alla gola provoca tosse mattutina, raschiamento della gola e raucedine, che anche in questo caso vengono lette come un «raffreddore eterno».
C’è poi la frequenza dei contatti. Un ufficio open space, i mezzi pubblici nell’ora di punta, un bambino in età prescolare in casa e un volo al mese aumentano davvero il numero di incontri con i virus. Non è una questione di immunità, ma di esposizione, e nessun marcatore di laboratorio la mostrerà.
Sonno, fumo e asilo: che cosa aumenta davvero il rischio
Alcuni fattori hanno alle spalle prove dirette, e il primo di questi è il sonno. In un esperimento con inoculazione di rhinovirus, in cui il sonno di 164 volontari sani è stato registrato per una settimana con un actigrafo da polso prima che il virus venisse instillato nel naso di tutti, il rischio di ammalarsi in chi dormiva meno di 6 ore è risultato circa quattro volte più alto rispetto a chi dormiva più di 7 ore (odds ratio 4,24 per 5–6 ore e 4,50 per meno di 5 ore). In chi dormiva 6–7 ore non c’è stato un aumento significativo: la soglia, quindi, si colloca intorno alle sei ore.
Che cos’altro sposta la probabilità di ammalarsi:
- Il fumo e lo svapo – il danno all’epitelio ciliato che normalmente spinge fuori dalle vie aeree il muco e le particelle virali.
- L’apnea del sonno. Russamento, pause respiratorie e sonnolenza diurna significano un sonno frammentato e di scarsa qualità ogni notte. Come sospettare l’apnea a casa e quando serve uno studio del sonno lo abbiamo raccontato separatamente nell’articolo su apnea del sonno e russamento.
- Lo stress cronico – una tensione prolungata modifica il funzionamento delle cellule immunitarie; non è un motivo per «farsi dosare il cortisolo», ma è un motivo per prendere sul serio le proprie abitudini quotidiane.
- La sedentarietà, il peso in eccesso, uno scarso apporto di proteine con la dieta – un contributo più modesto, ma reale.
- Le vaccinazioni non fatte. I vaccini contro l’influenza e lo pneumococco non fanno nulla contro i rhinovirus, ma tolgono dall’anno proprio gli episodi che hanno più probabilità di finire in complicanze.
Se la sensazione di «essere sempre malato» si accompagna a una stanchezza che non passa nemmeno dopo una vacanza, conviene guardare la situazione in modo più ampio: quali marcatori ci stiano dietro è spiegato nell’articolo su perché ci si sente sempre stanchi.
Il pannello di base degli esami per i raffreddori frequenti
Le raccomandazioni internazionali costruiscono gli accertamenti in due tappe, e la prima è del tutto realizzabile a livello di medicina generale. Secondo una rassegna del 2025 sulle immunodeficienze negli adulti, il pannello di partenza è questo:
| Che cosa controllare | A quale domanda risponde |
|---|---|
| Emocromo con formula | Anemia, carenza di neutrofili o di linfociti, segni di malattie del sangue |
| Proteina C-reattiva e VES | Se tra un episodio e l’altro c’è un’infiammazione nascosta |
| Immunoglobuline IgG, IgA, IgM | Il deficit anticorpale, il riscontro più comune nelle vere immunodeficienze |
| Test per l’HIV, marcatori delle epatiti B e C | Infezioni croniche come causa di immunodeficienza secondaria |
| Glicemia o HbA1c | Diabete non diagnosticato |
| Proteine totali e albumina | Perdita di proteine attraverso i reni o l’intestino, alimentazione insufficiente |
| TSH | Disfunzione della tiroide |
| Creatinina, ALT, AST | Funzione dei reni e del fegato come quadro di fondo |
Due precisazioni importanti. Primo: questi esami vanno eseguiti non nel pieno di un raffreddore, ma 4–6 settimane dopo un’infezione acuta, altrimenti sia la formula leucocitaria sia le immunoglobuline mostreranno la risposta all’infiammazione in corso e non il Suo valore di base. Secondo: dove la tubercolosi è diffusa, la radiografia del torace e lo screening per la TBC rientrano negli accertamenti di base, soprattutto se ai raffreddori si accompagna una tosse che si trascina; se ciò sia di routine dipende da dove vive.
Che cosa fare dei risultati se sul referto i marcatori dell’infiammazione risultano alterati è spiegato nel dettaglio nell’articolo su PCR, VES ed emocromo.
Segnali d’allarme: quando serve un medico anziché un esame
La European Society for Immunodeficiencies (ESID) elenca i segnali che indicano che gli accertamenti devono andare più a fondo – ne basta uno dell’elenco:
- Quattro o più infezioni all’anno che richiedono antibiotici – otiti, bronchiti, sinusiti, polmoniti.
- Due o più infezioni batteriche gravi – osteomielite, meningite, sepsi, cellulite infettiva.
- Due polmoniti confermate radiologicamente nell’arco di tre anni.
- Un’infezione in una sede insolita o causata da un microrganismo raro.
- Una storia familiare di immunodeficienza primitiva.
Negli adulti l’elenco si allarga alle bronchiectasie di origine non chiara, alla diarrea cronica con perdita di peso, ai linfonodi e alla milza costantemente ingrossati, alla scarsa risposta alla vaccinazione e alla comparsa di malattie autoimmuni. Vale la pena capire i limiti di elenchi del genere: per un insieme analogo di criteri della Jeffrey Modell Foundation la sensibilità è intorno al 56% con una specificità del 16%; in altre parole, è un filtro per inviare una persona allo specialista, non un test che conferma o esclude qualcosa.
Immunoglobuline IgG, IgA e IgM: che cosa mostra l’«esame dell’immunità»
Se in prima linea c’è un esame che merita il nome di «controllo dell’immunità», è il dosaggio delle immunoglobuline: le proteine anticorpali prodotte dai linfociti B. Le classi principali sono tre: le IgG (la difesa principale, la memoria a lungo termine), le IgA (la protezione delle mucose – naso, bronchi, intestino) e le IgM (la prima risposta a una nuova infezione).
Il deficit selettivo di IgA è il difetto immunitario congenito più comune: secondo StatPearls, nelle popolazioni europee la prevalenza è stimata tra 1 su 150 e 1 su 3.000. La diagnosi si pone dopo i quattro anni di età, quando le IgA sono inferiori a 7 mg/dL con IgG e IgM normali. Qui conta un dettaglio onesto: la maggior parte delle persone con questo deficit non si ammala più spesso delle altre e lo scopre per caso. Una parte, invece, ha infezioni respiratorie e intestinali ricorrenti, allergie e malattie autoimmuni.
L’immunodeficienza comune variabile (CVID) è più rara, ma è l’immunodeficienza sintomatica più comune negli adulti e può manifestarsi a 20, a 30 e a 40 anni. Il quadro non è fatto solo di bronchiti e polmoniti ricorrenti: un terzo dei pazienti presenta manifestazioni autoimmuni, e si osservano diarrea cronica, linfonodi ingrossati e bronchiectasie. La rassegna del 2025 indica come soglia per approfondire gli accertamenti un valore di IgG inferiore a 4 g/L, con un rischio di polmonite che cresce sensibilmente sotto i 3 g/L.
La direttrice medica di Wizey, la dott.ssa Aigerim Bissenova, osserva che un valore basso di IgG o di IgA su un singolo referto non è ancora una diagnosi: i valori vanno ricontrollati fuori da un’infezione acuta e vanno letti insieme ai farmaci che la persona assume. I passi successivi – le sottopopolazioni linfocitarie, la valutazione della risposta anticorpale ai vaccini contro il tetano e lo pneumococco e, quando serve, i test genetici – sono territorio dell’immunologo.
Vitamina D, ferro e zinco: che cosa aspettarsi da loro
È il trio di richieste più popolare quando i raffreddori sono frequenti, e qui vanno separate due cose: trovare una carenza è utile, aspettarsi che correggerla tolga le infezioni respiratorie dalla propria vita non lo è.
La vitamina D. Già nel 2021 un’analisi cumulativa di 37 studi mostrava un piccolo effetto protettivo. La meta-analisi aggiornata del 2025, che comprende oltre 61.000 persone in 40 studi, non ha confermato quella conclusione: l’odds ratio per l’infezione respiratoria acuta è risultato 0,94 (IC 95% 0,88–1,00) con p = 0,057, senza differenze per età, dose o livello di partenza di vitamina D. Controllare la vitamina D ha comunque senso: alle latitudini più alte la carenza è comune dalla fine dell’autunno all’inizio della primavera, e la vitamina conta per le ossa e per i muscoli. Come leggere il risultato in base alla stagione e come non esagerare con la dose lo abbiamo raccontato negli articoli su valori, carenza e correzione della vitamina D e sul sovradosaggio di vitamina D.
Il ferro e la ferritina. «Poco ferro vuol dire più raffreddori» suona logico, ma negli adulti i dati non lo confermano. In tre anni di follow-up dello studio DO-HEALTH su persone oltre i 70 anni, la carenza di ferro non ha aumentato la frequenza delle infezioni delle alte vie respiratorie (rate ratio 0,97). Si è invece associata a infezioni più gravi, tali da richiedere il ricovero. Controllare la ferritina vale la pena, ma per la stanchezza, la caduta dei capelli, il fiato corto e l’anemia, non per il contatore dei raffreddori.
Lo zinco. Secondo la revisione Cochrane del 2024, lo zinco probabilmente non previene i raffreddori; può accorciare di circa due giorni un raffreddore già in corso, ma la certezza di questa prova è bassa e gli effetti indesiderati (alterazione del gusto, nausea) sono più frequenti. Dosare di routine lo zinco nel sangue in caso di infezioni respiratorie frequenti aggiunge poco: l’esame riflette male le riserve nei tessuti.
Le cause secondarie: diabete, farmaci, HIV e perdita di proteine
Negli adulti le cause acquisite (secondarie) di una risposta immunitaria indebolita sono molto più comuni di quelle congenite, ed è proprio a esse che mira gran parte del pannello di base. Secondo la stessa rassegna del 2025, i gruppi principali sono:
- I farmaci – la causa più comune. Glucocorticoidi, metotressato, micofenolato, inibitori del TNF-α (infliximab, etanercept), rituximab, inibitori delle JAK, alcuni antiepilettici.
- Le condizioni metaboliche ed endocrine – diabete, obesità, eccesso di cortisolo, disfunzione della tiroide.
- Le infezioni croniche – l’HIV prima di tutto; il rischio di infezioni dipende direttamente dal numero di linfociti CD4.
- La perdita di proteine – sindrome nefrosica, malattie infiammatorie croniche intestinali, celiachia: insieme alle proteine l’organismo perde gli anticorpi.
- Le malattie croniche d’organo – insufficienza renale, cirrosi epatica e la condizione successiva all’asportazione della milza.
- La denutrizione – un apporto insufficiente di proteine e calorie, e con esse di zinco, ferro e vitamine A e D.
- I tumori del sangue – leucemie, linfomi, mieloma e il loro trattamento.
Da qui la logica del pannello: l’HbA1c cerca il diabete, l’albumina la perdita di proteine, il test per l’HIV chiude la causa infettiva – e la domanda «quali medicinali assume con regolarità?» risolve il problema più spesso di un pannello immunologico allargato.
Perché un pannello immunitario allargato non è il primo passo
I pannelli venduti come «controllo dello stato immunitario» – decine di parametri in una volta sola, a volte con la promessa di scegliere un immunomodulatore in base al risultato – si prenotano facilmente in molti posti, anche direttamente dal paziente senza passare dal medico. Tra le indicazioni compaiono di solito proprio i raffreddori frequenti. Ecco perché è un punto di partenza scadente.
Primo, l’ordine degli accertamenti risulta capovolto. Vengono prima gli esami semplici, che cercano le cause comuni e trattabili; solo dopo arrivano le sottopopolazioni linfocitarie, la valutazione della risposta ai vaccini e l’attività del complemento. Un pannello allargato senza contesto clinico produce una serie di numeri quasi impossibili da interpretare: valori alterati si trovano anche nelle persone sane, e un risultato normale non esclude un’immunodeficienza.
Secondo, una parte di ciò che questi pannelli vendono non compare affatto nelle raccomandazioni internazionali. Lo «stato interferonico con scelta degli immunomodulatori» è una pratica che esiste soprattutto in alcune tradizioni mediche nazionali; le linee guida per la diagnosi delle immunodeficienze non la prevedono. Il rischio principale qui non è il prezzo dell’esame, ma il fatto che il suo risultato diventi la giustificazione per cicli di farmaci «per rinforzare le difese» sostenuti da prove poco convincenti.
Terzo, la maggior parte delle persone che lamenta raffreddori frequenti non ha un’immunodeficienza primitiva, e i soldi spesi per un pannello da trenta parametri renderebbero di più in una visita otorinolaringoiatrica con endoscopia nasale. Questo non significa che un approfondimento immunologico non serva mai: in presenza dei segnali d’allarme elencati sopra è indispensabile, ma lo prescrive l’immunologo e arriva dopo i risultati della prima tappa.
Domande frequenti
Quanti raffreddori all’anno sono normali? Per un adulto il riferimento è di due o tre raffreddori all’anno; per un bambino che frequenta l’asilo o la scuola si considerano normali da sei a dieci episodi, a volte fino a dodici. Dopo i 60 anni ci si ammala meno spesso. Non conta tanto il numero quanto il decorso: un raffreddore ordinario si risolve nell’arco di una settimana, senza antibiotici e senza complicanze.
Quali esami dovrei fare in caso di raffreddori frequenti? In prima linea ci sono l’emocromo con formula, la proteina C-reattiva e la VES, la glicemia o l’HbA1c, il test per l’HIV, le proteine totali e l’albumina, il TSH e le immunoglobuline IgG, IgA e IgM. La vitamina D e la ferritina non si controllano «per l’immunità», ma per individuare carenze comuni. Gli esami si eseguono 4–6 settimane dopo un’infezione acuta e non nel bel mezzo di essa.
Se mi ammalo ogni mese, mi serve un pannello immunitario? Non come primo passo. Gli accertamenti sull’immunità si svolgono in due tappe: prima gli esami semplici (emocromo, immunoglobuline, esclusione di HIV, diabete e perdita di proteine) e solo se qualcosa non torna – o se è presente un segnale d’allarme – le sottopopolazioni linfocitarie e la valutazione della risposta ai vaccini. Un pannello allargato lo prescrive e lo interpreta l’immunologo.
La vitamina D aiuta ad ammalarsi meno di raffreddore? Nei dati aggregati di 40 studi randomizzati e di oltre 61.000 partecipanti (2025), l’integrazione con vitamina D non ha ridotto in modo significativo il rischio di infezioni respiratorie: odds ratio 0,94 con p = 0,057. L’effetto non dipendeva dal livello di partenza di vitamina D né dalla dose. Controllare la 25(OH)D e correggere una carenza vale la pena per altri motivi, non come prevenzione dei raffreddori.
Quando i raffreddori frequenti sono un motivo per rivolgersi a un immunologo? Se nell’ultimo anno ci sono state quattro o più infezioni che hanno richiesto antibiotici, due o più infezioni batteriche gravi, due polmoniti confermate radiologicamente nell’arco di tre anni, un’infezione in una sede insolita o causata da un microrganismo raro; e inoltre in presenza di bronchiectasie, di diarrea cronica con perdita di peso o di una storia familiare di immunodeficienza.
Mio figlio si ammala ogni mese: è un’immunodeficienza? Di solito no. Nei primi due o tre anni di asilo un bambino incontra decine di virus nuovi, e da sei a dieci episodi all’anno sono il quadro atteso, soprattutto tra l’autunno e la primavera. A preoccupare non sono i raffreddori in sé, ma le otiti e le polmoniti ricorrenti, le infezioni batteriche gravi e un rallentamento della crescita e dell’aumento di peso.
Conclusione
I raffreddori frequenti in un adulto sono più spesso una storia di naso, di sonno e di ambiente circostante che di sistema immunitario. Il percorso sensato è questo: contare onestamente gli episodi e la loro gravità, escludere la rinite allergica e la rinosinusite cronica, guardare al sonno, al fumo e ai farmaci, eseguire il breve pannello di base degli esami fuori da un episodio acuto e, solo in presenza dei segnali d’allarme, rivolgersi all’immunologo per un approfondimento.
Se i referti si sono già accumulati e preferisce vederli insieme anziché uno alla volta, è per questo che costruiamo Wizey: aiuta a collegare i marcatori tra loro e a preparare le domande da fare al Suo medico. Non sostituisce una visita, ma è un modo per arrivare all’appuntamento preparato.



